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12/13/2017
HomeIntrattenimentoCaparezza esce dal silenzio con “Prisoner 709”, il suo album della maturità.

Caparezza esce dal silenzio con “Prisoner 709”, il suo album della maturità.

L’artista pugliese spezza il periodo di inattività e colma le attese pluriennali dei suo fan con un disco che fa già parlare di sé per la sua diversità rispetto agli altri, e che non sembra neanche essere stato partorito da lui

A tre anni dal suo ultimo disco, “Museica”, Caparezza, al secolo Michele Salvemini, stupisce tutti con un’opera completamente diversa (a questo proposito torna utile, come fatto sopra, ricordare il nome dell’uomo dietro il cantautore, la mente che si cela sotto la capa rezza, Michele per l’appunto).

A questo dualismo è riferito proprio il titolo del disco, “Prisoner 709”, che letto all’inglese suonerebbe come “seven o’nine”, sette o nove, Michele o Caparezza, parole composte rispettivamente da sette e nove lettere e lui, prigioniero nel mezzo; in quello zero in cui si riconosceva già molti anni fa, quando in “Jodellavitanonohocapitoun…” cantava «io valgo zero. E non chiamarmi artista […] è chiaro?». Ora torna ad essere lo zero, in balia delle sue personalità, la persona e l’artista, ma questo è solo il primo di molti binomi che si alternano all’interno dell’album. Ogni traccia infatti presenta una sorta di aut aut che funge da sottotitolo al nome della traccia, partendo da quello già citato, “Michele o Caparezza”, passando per “Ragione o Religione”, per approdare poi a “Libertà o Prigionia”, nell’ultima traccia.

Un disco totalmente diverso da tutti gli altri quindi, e nessuno può dire di non essere stato avvertito dall’artista, che ha aperto la sua penultima fatica musicale proprio con la traccia “Avrai ragione tu”, in cui avvertiva gli ascoltatori di dire «Dasvidania» al «Caparezza comunista».

Infatti “Prisoner 709” non presenta le linee accalorate e ferventi dei dischi passati, e tantomeno di “Museica”, un album che senza margine di errore possiamo definire «troppo politico», in senso positivo, per usare le parole del suo stesso creatore.

Qui Caparezza si volge al suo interno, comincia a guardarsi dentro, prendendo le mosse da uno stato di sofferenza che lo affligge ormai da alcuni anni, l’acufene, un fischio ininterrotto nell’orecchio, per cui sembra non esistano cure efficaci, e che, ahinoi, molti risolvono con il gesto estremo del suicidio a cui anche l’artista sembra aver pensato quando dice che l’acufene è il «primo pensiero al mattino, l’ultimo prima di buttarmi dal terrazzo». Quindi è la convivenza con il suo personalissimo Larsen (Caparezza paragona l’acufene all’ “effetto Larsen”, il fastidiosissimo fischio che si produce avvicinando il microfono all’amplificatore) che lo spinge a tornare a scrivere ed a cantare quella che per lui potrebbe essere paragonata a “Le mie Prigioni” di Pellico, poiché Caparezza impersona un prigioniero, il 709, che «Nel buio di una galera» riflette sulla sua condizione leggendo, come si vede anche nel videoclip di “Prisoner 709”, “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”, un saggio neurologico di Oliver Sacks che sarebbe, assieme alla sua malattia, uno dei propulsori dell’opera.

Ci sarebbe ancora molto da dire su questo disco, sulle sue atmosfere, sui sentimenti che lo permeano, ma chiudiamo dicendo che, per il resto, seguendo il diario che il prigioniero scrive via via che avanzano le tracce, troviamo i temi da sempre cari a Caparezza ed i riferimenti colti a cui l’artista ci ha abituati, dalla mitologia, con “La caduta di Atlante”, alla storia, con “Sogno di potere”, dove compare protagonista un eccentrico Federico II di Baviera, alla psicoanalisi di “Forever Jung”, oltre poi a Freud, Nietzsche, l’Oblomov di Goncharov, che fanno capolino dai testi, sempre piegati al volere superiore della mente sotto la capa rezza, che li “usa” per raccontarsi, e raccontare, alle volte anche in maniera molto sibillina, tanto da affermare in una intervista che «le canzoni sono come gli origami, se le spieghi non rimane che un foglio di carta».

Antonio Legnini

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