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12/14/2017
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Dunkirk, per raccontare non servono solo parole

Per CentralmenteCinema, abbiamo lasciato che il nostro Pietro Ranieri guardasse Dunkirk, ultima opera di Cristopher Nolan. Il suo recap è nelle righe che seguono.

Ce ne fossero di registi come Christopher Nolan. Controverso, eccome, ma il coraggio che mette nel raccontare certe storie è invidiabile. Di più: da spettatore, non puoi che volerne ancora. Mi correggo, però: magari ci fossero più autori come Christopher Nolan. A livello proprio di scrittura, di visione narrativa. Dunkirk, la sua ultima fatica – tenuta in gestazione per più di vent’anni – è la dimostrazione più alta di quanto la potenza del cinema non abbia bisogno di dialoghi roboanti, azione iconica, parole che riempiano. No, certi fatti basta lasciarli accadere. E basta saperli osservare dalla giusta angolazione.

Per questo soprattutto, Nolan con Dunkirk ha vinto. Il film è cinema allo stato puro. Nato per essere un film storico di taglio quasi documentaristico, vanta una sceneggiatura di sole 76 pagine – la più corta mai scritta da Nolan come autore. I dialoghi sono crudi, essenziali. Privi di retorica. Non c’è bisogno di aggiungere significato, perché c’è già, ed è in atto, di fronte ai nostri occhi. Non c’è quasi CGI, tutto è girato dal vero, compresi i veicoli – alcuni addirittura originali dell’epoca. Il regista inglese decide di raccontare una storia nota – la disfatta e la ritirata dell’esercito britannico dal porto francese di Dunkirk, per l’appunto – da un punto di vista meno noto: quello dello sconfitto. Sovvertendo di fatto gli stereotipi classici hollywoodiani dei film di guerra, specie storici o pseudo tali, dove l’eroe è quasi sempre americano, e molto di rado viene mostrato sconfitto. Nolan invece non ha paura di mettere in scena un dramma storico senza un vero protagonista che non sia l’esercito, per non dire il popolo, britannico, di dare a tutta la pellicola un tono crepuscolare e malinconico fino all’epico, di raccontare comunque la storia con il suo peculiare occhio registico – e quindi tutto ciò che ne consegue, dalla fotografia al cast di fedelissimi tutti in splendida forma alle inquadrature alla splendida colonna sonora di Hans Zimmer – ma soprattutto riesce a costruire una tensione senza pari della durata di due ore senza mostrare nemmeno un tedesco che sia uno.

Eh già, perché questo “Nemico”, questi crucchi in arrivo al di là della collina, questo esercito senza volto, senza pietà, effettivamente su schermo non compare mai. Ci sono gli U-Boat, ci sono i caccia Messerschmitt, i colpi di mitragliatrice, i bombardieri, il rumore assordante delle esplosioni. Ma dei soldati, degli uomini, neanche l’ombra. Questo crea una sensazione costante e inevitabile di pericolo, di “tutto può accadere”, una versione distorta e terribile di “Niente di nuovo sul Fronte Occidentale” in cui nell’arco di una settimana – tempo effettivo in cui si colloca il film – la guerra fagocita tutto, senza pietà, sulle spiagge di Dunkirk. E il Nemico diventa una specie di Alien ante litteram, e i soldati inglesi novelli membri della navicella Sulaco, nient’altro che carne da cannone. Ed è proprio qui che il film ti prende e ti da’ un altro schiaffo in faccia, quando nel terzo atto tutto converge verso un finale a palla di neve che invece grida no, non è così: la Patria non ha dimenticato i suoi figli, e la Patria non è solo politica, governanti e suolo ma anche – e soprattutto – il suo popolo.

Si parlava delle linee temporali particolari: senza togliere nulla alla visione, che di per sé spiega chiaramente ciò che va spiegato, vi consiglio semplicemente di tenere ben separati cielo, terra e mare. Il resto, come si dice, viene da sé.

Dunkirk è uno di quei film su cui si potrebbero scrivere per pagine e pagine, senza comunque esaurire i temi. Eroismo, epica, retorica ridotta all’osso, solo fatti, azioni e movimenti. È cinema allo stato puro, che fa del racconto visivo la sua arte principe. In sala da qualche giorno, è un delitto non andare e goderne. Ma non vi aspettate il solito film di guerra: Dunkirk è, cosa a cui Nolan ci ha ormai abituati, molto molto di più. 

Scritto da

<p>Scrive, suona, recita. Classe ’87, cresciuto a pane, libri, fumetti e cinema. Ha vissuto per vedere i nerd conquistare il mondo, ma non così presto da evitare le botte al liceo.</p>

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