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12/14/2017
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Psicologia Sociale: l’esperimento della prigione di Stanford

Com’è possibile che persone buone che non hanno mai mostrato atteggiamenti violenti, in determinati contesti e momenti possano mostrarsi crudeli, torturare e disumanizzare gli altri? Philip Zimbardo, psicologo sociale, ha cercato di rispondere ad alcuni di questi interrogativi con un esperimento tra i più famosi, l’esperimento della prigione di Stanford.

Nel 1971 Philip Zimbardo, allora professore presso la Stanford University, ideò e mise in atto uno degli esperimenti più famosi e significativi nella storia della Psicologia Sociale, “L’esperimento della prigione di Stanford”.

L’esperimento si svolse nei seminterrati dell’università di Stanford, dove Zimbardo costruì una finta prigione con l’aiuto di un ex detenuto; la veridicità era un fattore importantissimo, quindi il tutto era perfettamente uguale ad una vera prigione americana e anche gli indumenti e le divise sia delle guardie che dei detenuti furono scelti in modo da essere realistici. In ogni locale erano presenti videocamere e citofoni al fine di poter osservare e ascoltare tutto ciò che avveniva nei locali e anche di intervenire con delle comunicazioni.

Il reclutamento avvenne tramite annunci sui giornali che attirarono molte persone, anche grazie al compenso di 15 dollari al giorno per due settimane; tra queste vennero selezionate 24 persone selezionate tramite test di personalità, mancanza di precedenti esperienze di reclusione e sesso maschile. Successivamente 18 di questi soggetti furono selezionati ulteriormente e diventarono i partecipanti definitivi dell’esperimento. I partecipanti furono divisi in modo casuale e metà assunse il ruolo di guardia mentre la metà restante quello di detenuto. Le uniformi giocavano un ruolo importante, in quanto diedero alle guardie un’identità condivisa, che molto spesso porta a condotte antisociali e a deresponsabilizzazione; inoltre garantisce un senso di protezione e anonimato rispetto alle proprie azioni.

Durante l’esperimento i detenuti dovevano seguire regole ferree, ma da subito iniziò l’escalation di avvenimenti che portò alla sospensione dell’esperimento dopo soltanto sei giorni dall’inizio. Infatti, dopo soltanto due giorni iniziarono a presentarsi i primi scontri violenti tra guardie e detenuti, che vennero puniti in modi umilianti, come fargli pulire i sanitari con le mani. Inoltre i detenuti tentarono un’evasione, sventata dalle guardie, e dopo cinque giorni si mostravano seriamente compromessi, con comportamenti esageratamente passivi e disturbi emotivi ricorrenti, mentre le guardie continuavano ad attuare comportamenti violenti, umilianti e sadici.

Zimbardo, allora decise di sospendere l’esperimento, temendo per l’incolumità fisica e psicologica dei partecipanti. Questo esperimento mostra come la depersonalizzazione che avviene in alcuni contesti, come appunto le carceri, può portare a comportamenti violenti e sadici come quelli appena descritti anche da parte di persone ritenute stabili psicologicamente, prive di precedenti per violenza e di problemi con la legge; in pratica, anche da gente comune.

Più recentemente, nel 2004, queste tematiche tornarono alla luce in maniera importante a causa dello scandalo sulle violenze e le torture perpetrate da soldati statunitensi nella prigione di Abu Ghraib, in Iraq. Ciò che venne mostrato riguardo quella situazione era molto simile a ciò che avvenne durante l’esperimento di Zimbardo, confermando le ipotesi dello psicologo.

Vito Cataldo

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