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01/18/2018
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Amori Non Convenzionali: [500] Days of Summer / [500] Giorni Insieme

Centralmente Cinema apre il suo approfondimento sugli amori non convenzionali. Il primo film recensito, direttamente da Giovanni, è il capolavoro di Marc Webb: [500] Giorni Insieme.

Non è la prima volta che mi trovo a recensire [500] Days of Summer, eppure, per svariati motivi, non riesco davvero a trovare un film migliore per iniziare questa rubrica sugli amori non convenzionali.
Il tempo, per fortuna, cambia tante cose: così, rileggendo oggi quello che scrissi qualche anno fa, in una cameretta universitaria durante una notte d’autunno (se siete proprio tanto curiosi, trovate quel testo qui), non posso fare a meno che pensare a quanto io sia cambiato. Il film è lo stesso, così come lo sono i miei occhi, eppure l’aver giocato ruoli tanto diversi, nel tempo, nel gioco dell’amore, il mio modo di leggere questa pellicola l’ha completamente stravolto. Che poi, ‘sto benedetto gioco dell’amore, non sarà forse spietato come quello del trono (tanto per restare in ambito di pellicole che bucano la cinepresa), ma, quando non sei tu a vincere, ti fa stare comunque male da morire. E anzi, quando perdi l’amore (l’amore quello vero), il perché del continuare a vivere non riesci nemmeno più a spiegartelo. Ma tant’è: quel legame, forse, “è proprio che non doveva essere”, tanto per citare le parole di una mia ex in un nostro rendez-vous un po’ troppo posticipato negli anni, sotto la pioggia torrenziale di una notte troppo silenziosa, eppure è servito, come tutto il resto del nostro bagaglio d’esperienza, a fare le persone che siamo. E quindi, insomma… basta colpevolizzare chi ci ha privato del nostro sogno d’un amore perfetto e senza fine: tutti abbiamo lasciato, tutti abbiamo illuso, tutti abbiamo giocato col cuore di qualcun altro. E l’abbiamo fatto, forse, oltre che con la coscienza sporca, anche con le mani non troppo pulite.

500 Giorni Insieme, infausta ed indegna traduzione italiana di [500] Days of Summer (Summer che rappresenta il nome, italianizzato in uno scialbo Sole, della protagonista, ma che sta anche a richiamare l’estate dei giorni, quella dell’animo che vive l’innamoramento), parla della storia d’amore tra Tom (Joseph Gordon Levitt, un viso come tanti altri ma una mimica facciale ed un talento come nessuno) e appunto Summer (una splendida Zoey Deschanel, con un look acqua e sapone e degli occhioni da cerbiatta in grado di far innamorare davvero chiunque). Tom si è laureato in architettura, la grande passione della sua vita, ma non ha trovato uno sbocco lavorativo all’altezza delle proprie aspettative: si è fermato così a lavorare in un’azienda di bigliettini di auguri, editore improvvisato dei messaggi che troviamo nei regali, nelle ricorrenze comandate e nei biscottini dei ristoranti cinesi. E’ un ragazzo sensibile, colto e romantico, in attesa del colpo di fulmine e dell’unico, imprescindibile amore che lo renderà “finalmente felice”: un copia ed incolla di molti ragazzi dei nostri giorni, sognatori un po’ imbranati davanti ad un “sesso debole” che sta reclamando con (eccessiva) sfrontatezza il proprio posto nelle gerarchie della vita.
Proprio Summer fa il verso alle ragazze emancipate e forzatamente anticonformiste dei giorni nostri: donna in carriera, sveglia, empatica e diretta, non si fa troppi scrupoli nell’impostare un rapporto fondato esclusivamente sul sesso (oltre che su una certa simpatia, of course) con il ragazzo che ha perso la testa per lei. Certo, c’è il trauma mai superato della separazione dei genitori, ma questo non basta a giustificare le sentenze di Summer sulla non esistenza del vero amore (d’altronde, lo stesso Tom afferma che “anche i miei si sono separati, ma cosa c’entra!”): la ragazza sostiene per tutto il film di non voler appartenere a nessuno, di non volersi fidanzare e, più di qualsiasi altra cosa, di non voler amare davvero, salvo decidere di sposare un altro, alla fine della pellicola, avendo fatto passare giusto il tempo di uno starnuto tra l’averlo conosciuto in un caffè ed averlo condotto all’altare. Non esattamente una persona attenta alla coerenza delle proprie parole, Summer, ma c’è anche una certa responsabilità delle proiezioni di Tom, insieme alla leggerezza di lei nell’iniziare un’amicizia with benefits troppo borderline per non essere fraintesa, a costruire la reazione a catena che costituisce lo psicodramma del ragazzo per l’intera pellicola; psicodramma che poi, guardando il film oggi, forse altro non è che il più elementare dei percorsi di maturazione per un giovane idealista imbottito di sogni romantici, vittima sacrificale di una ragazza probabilmente un po’ stronza, ma tutto sommato priva di cattive intenzioni.
La lettura del film, per noi spettatori, è volutamente scomposta e rilasciata in ordine non-cronologico dallo splendido regista Marc Webb, risultando profondamente condizionata da vari fattori: primo fra tutti, il punto di vista che ci viene rilasciato, che è esclusivamente quello di Tom. Non riusciamo mai del tutto, infatti, a scalfire la corazza di distacco di Summer, se non nel discorso chiarificatore finale, quello sulla panchina. In un certo senso, dunque, la demonizzazione della donna-cacciatrice non è mai del tutto scongiurata, nonostante una lettura più profonda possa facilmente svelarci come la pretesa d’amore del ragazzo sia, seppure spontaneamente romantica, tutto sommato un po’ infantile.
Altro punto di forza del film, che va a premere forte sulla sensibilità degli spettatori, è la colonna sonora: l’intera soundtrack è un ammiccamento tutt’altro che nascosto alle musiche che hanno cresciuto, emozionato ed accompagnato almeno un paio di generazioni. Da infinito fan degli Smiths quale sono, non posso non citare Please Please Please Let Me Get What I Want e There Is A Light That Never Goes Out, con la loro nostalgica carezza all’anima, ma anche Quelqu’un m’a dit di Carla Bruni e Sweet Disposition dei The Temper Trap giocano la parte del leone. Immancabili, poi, i rimandi ai Beatles con i loro dischi in vinile (e con le battute di Summer, secondo cui il migliore della band è Ringo Starrwhat?!?) e tante altre suggestioni indie di vario genere: dalla romantica gita ad Ikea, con i due ragazzi che immaginano un loro immediato futuro in una casa a portata di crisi economica, fino ai richiami al grande cinema d’autore, con l’approfondimento del senso finale de Il Laureato e la rivisitazione della partita a scacchi del Settimo Sigillo. Visionariamente geniale, ancora, la scena con la scissione tra aspettativa e realtà: alzi la mano chi non ha mai vissuto qualcosa di simile nella sua, di vita.
Concludendo un testo che si è involontariamente allungato troppo (proprio come la volta scorsa, ma c’è davvero tantissimo da dire riguardo questo film), 500 Giorni Insieme è una pellicola che, catarticamente, arriva allo spettatore con grande empatia, cavalcando i grandi amori ed i grandi drammi di ognuno di noi, raccontandoci attraverso due attori straordinari, come se non lo sapessimo già, come si sono mosse e come si sono scontrate (a volte un po’ maldestramente) le pedine sullo scacchiere del nostro cuore.
Mai dire mai e mai dire per sempre”, continuando a parafrasare le frasi che ci siamo detti con ritardo di qualche anno io e quella mia impertinente ex, quella famosa notte sotto quel famoso diluvio universale, dopo aver riletto ed aver riso insieme di quella mia precedente recensione di questo film, che ovviamente era dedicata proprio a lei. Mai pronunciare quelle formule maledette, perché i sentimenti sono cangianti, i nostri modi di vedere la vita cambiano e non possiamo aspettarci la stessa nostra visione del mondo dalla persona che abbiamo affianco, anche quando vorremmo forzatamente attribuirle quel tanto agognato “per tutta la vita“. Ma, come insegna l’ultimo atto, tutto sommato verosimile, di 500 Giorni Insieme, anche la fine di quello che doveva essere “per sempre” può portarci in posti che non avremmo mai immaginato, farci crescere e salvarci la vita. O, se non altro, darle tutto un altro senso.
Migliore.

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